domenica 5 febbraio 2012

Voce del verbo "Odiare"


Oggi la mia testa mi ha costretto ad imparare nuovamente il congiuntivo del verbo "odiare". E così sono ore che me lo ripeto:

che io odii
che tu odii

che egli odii
che noi odiamo
che voi odiate
che essi odiino

La luce sembra essere sparita dalla faccia della terra. O forse semplicemente è sparita dalla mia faccia. Sono circondata da persone che mi dicono che tutto questo me lo sono andato a cercare.


Ma credo che si debba lottare contro tutti i tempi del verbo "odiare" per imparare ad amare se' stessi un po' di più del solito.
Non sopportarsi.
Amarsi.
E' uno di quegli sforzi titanici che vanno fatti senza remore.
La verità?
Sono stanca di sopportare gli sfoghi degli altri. Sono stanca di farmi in quattro pur di non vedere qualcuno nuotare a vista in un mare di merda. Il risultato è sempre lo stesso: non rimane nulla per me, non rimane altro da fare che riposarsi un attimo e poi riprendere i problemi degli altri sulle spalle.
E' un rimbalzello crudele: rimando i miei problemi, le mie insoddisfazioni, la mia felicità, per vedere la stessa felicità e soddisfazione che cerco dipinta negli occhi delle persone che mi stanno accanto.
E per me? Ce ne sarà mai abbastanza o arriverò sempre a pescare dal piatto per ultima scoprendo che è vuoto e non ci è rimasto più nulla?

che io odii
che tu odii
che egli odii
che noi odiamo
che voi odiate
che essi odiino

Stanchezza.
Rabbia.
Paura.
Il pensare al domani non mi ha mai fatta sentire così schiacciata e inerme.
E della mia vita, che posso fare?
Posso fuggire da questo posto, dove tutti mi giudicano e mi fanno sentire sporca, per andare in un altro più lontano?
Posso tingermi i capelli di blu, farmi rifare il naso, rasarmi le sopracciglia e comprarmi un grosso cagnone pacifico da portare a spasso tutte le mattine nella via di casa, magari ad Oslo, magari in Siberia, magari in Finlandia?
Posso mandare al diavolo tutte le piccole cose che ho amato della mia famiglia, i consigli idioti di mia madre, i gusti di mio padre in fatto di libri, le mani rugose di mia nonna, l'odore di Camel impigliato tra i capelli di mio cugino?
Posso ricominciare?
Cancellare tutti i miei demoni con un colpo di spugna?
Posso dimenticare, smettere di soffrire, smettere di essere sofferenza e di emanare sofferenza?
Posso vivere?

E, cosa più importante di tutte: posso dimenticare il verbo "odiare"?

sabato 15 ottobre 2011

Senza Titolo #1


Il gatto aveva un dorso sinuoso, mobile come una duna desertica modellata dal vento. Il suo pelo nero ondeggiava, e la luce della lampada lo rendeva sempre più verdastro, come fosse intinto nell’assenzio. I suoi occhi erano gioielli d’ambra e le sue zampe erano distese, sembravano abbracciare la notte scura e umida con una familiarità particolare. Come se si conoscessero da sempre.

La strada era deserta. Pochi temerari avevano osato sfidare la cappa umida che sostava da circa sette giorni sulla città, e quei pochi che passavano da quella polverosa stradina si guardavano bene dal sostarci troppo, addentrandosi in tutta fretta nei meandri di un qualsiasi locale chiuso.

Eppure, il cielo era terso. Guardandolo, a luci spente, sarebbe sembrato un campo sterminato di fiammelle accese. La luna si ergeva, maestosa e piena, sulle antiche mura della città, illuminate da una nauseante luce giallastra, propagata dai lampioni.

Il gatto osservava tutto questo con i suoi occhi ambrati. Sembrava capirne qualcosa, della vastità della notte, delle stelle brucianti sull’apatica massa del cielo, dei molteplici destini dell’uomo, dei meccanismi della natura. I gatti sembrano capire ogni cosa, e forse capiscono realmente.

Siamo così stupidi da credere di essere noi a doverci prendere cura di loro, ma forse sono loro a prendersi cura di noi, chiedendo alle stelle del nostro destino.

Il gatto, immobile come una statua, contemplava le stelle. Io contemplavo lui, come lo sciocco che contempla il dito e non le stelle. Le stelle in realtà balenavano nei suoi occhi come desideri inespressi, e potevo quasi contarle, per quanto erano chiari e limpidi quegli occhi.

Mai essere umano vivente avrà quegli occhi, e quell’innocenza naturale che col tempo l’uomo ha perso diventando bestia. In una notte d’agosto, pensavo a tutto ciò, osservando il gatto nero che a sua volta osservava le algide e fredde stelle accoccolato sul gradino della porta di casa mia.

Erano giorni che si fermava proprio davanti alla mia porta. All’inizio non prestai attenzione alla sua vispa presenza. Pensai che si trattasse di un gatto qualunque, lo accarezzai qualche volta prima di andar via di casa, ma sovrappensiero, chiedendomi se avessi dimenticato qualcosa di indispensabile in casa. In ogni caso, avevo la mente affollata di sogni, di impegni, di sensazioni. Roba che nemmeno un’agenda, o un diario, o un quaderno, sarebbero riusciti a contenere.

Fu in seguito che mi resi conto che forse il gatto non era lì per caso. Era un segno. Nella mia costante ansia di cambiamento, riuscii a pensare che quel gatto fosse lì per farmi capire che tutto stava cambiando.

Ma cosa avrebbe dovuto cambiare?

Gestivo una libreria a pochi passi da casa. La desideravo da sempre, data la passione dei miei genitori per la letteratura e per i libri storici ed esoterici. Alla fine la ottenni. Fu un lavoraccio metterla su, e mentre lo facevo rimpiangevo gli anni passati a sognare lunghi viaggi che nella realtà non avrei mai fatto. Misi da parte denaro su denaro per creare un’opera d’arte, come volevo che fosse. Un luogo di quieta grandezza e, allo stesso tempo, di dionisiaco furore. Alle pareti avevo appeso foto d’epoca, principalmente Marlene Dietrich e Maria Callas, due eterni ideali di bellezza che io non avrei mai raggiunto, essendo io bassa, tonda e profonda detrattrice dei tacchi alti che tanto erano cari a Marlene. La parete dietro al bancone era un tripudio di Klimt e Dalì. Uno accanto all’altro vi erano la Dafne e la Metamorfosi di Narciso, due quadri che mi trasmettevano una profonda e intensa soddisfazione, che nessun altro capirà mai. Quella libreria era la mia vita, o meglio, era ciò a cui avevo dedicato tutta la mia vita.

sabato 10 settembre 2011

Rembrandt #1

Cos'altro è la vita umana, se non una piccola luce palpitante in un mare d'inchiostro?
La nostra nascita, il nostro fiorire, che altro possono essere se non attimi in un oceano di secoli? Ci spegniamo come farfalle. Forse a nulla serve celebrare l'esistenza delle nostre fragili membra e della nostra geniale ma fatua mente.
Abbiamo paura del buio quando siamo piccoli, finiamo per temere la morte da adulti. Temiamo l'ignoto, immaginiamo, preghiamo, speriamo.
Gli idoli di carta nei nostri portafogli non sopravvivono a lungo. Anzi, muoiono in una fiammata, o si consumano col tempo, e in ogni caso non ci aiuteranno a sopravvivere agli scossoni della vita.
Nasciamo, cresciamo, assaggiamo la vita come un frutto ancora acerbo, le diamo solo un morso, e poi ci occupiamo d'altro. E quando la luce nei nostri occhi si spegne, allora ci ributtiamo su quel frutto che abbiamo rifiutato tempo addietro, e lo mangiamo avidamente, ma esso non è mai maturato, è stato come siamo stati noi, per attimi, ore, giorni, mesi, anni: incompleti.


venerdì 20 maggio 2011

Primi incontri - A. Tarkovskij




“Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tu svelò
il proprio nuovo significato: zar.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.
Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.”


domenica 15 maggio 2011

La figlia del Diavolo



Nonno Miklòs era arrivato in città con le sue sorelle Margit, di dodici anni più grande di lui, e Erszebeth, che veniva affettuosamente chiamata Betha.
All'epoca, il nonno aveva circa sette anni, Margit ne aveva diciannove, mentre Betha ne aveva solo tre.

Margit aveva la testa sulle spalle, voleva lavorare alla stregua di un uomo. Non le interessava la fatica. Aveva braccia e gambe ben tornite, muscolose, piene di nervi; il viso sano e la fronte alta, i capelli nerissimi racchiusi in una treccia sghemba, un dente d'argento e labbra piene. Ma ciò che più colpiva di Margit era il suo sguardo: aveva occhi inquieti, di un nero profondo, e ciglia lunghe e sognanti. Il suo sguardo pesava più di un pugno nello stomaco. Aveva l'abitudine di tacere - diceva mio nonno - quando gli altri sprecavano il fiato. Parlava poco ma quel che diceva era sempre importante. Teneva una croce di legno sul petto, diceva che le teneva compagnia, ma quando le si chiedeva quale fosse il senso di una tale affermazione, essa scuoteva il capo e tornava alle sue faccende. Gli uomini della tribù e quelli della città la amavano ma la temevano, perchè pensava e agiva da uomo. Non si sposò mai, morì non troppo vecchia. Le era appena spuntata la prima ruga, sulla fronte. Essa la rendeva ancora più seria e severa, ma i suoi occhi continuavano ad ardere di un fuoco bizzarro, chiassoso, giovane.

Betha somigliava molto a Margit. Era un piccolo demonietto scarmigliato, coi capelli fulvi raccolti in trecce fermate da nastri rossi. Da piccola vestiva sempre di bianco, e la sua pelle era straordinariamente abbronzata. Ciò bastava per catalogarla come "bizzarra".
Aveva un piccolo flauto che suonava sempre, seduta davanti al cancello del podere. Suonava e guardava l'orizzonte, lo splendido orizzonte languido e sognante al tramonto, si fermava un attimo, si asciugava una lacrima e riprendeva a suonare.

Nella tribù, Betha ricopriva un ruolo estremamente importante, nonostante la sua tenera età: dicevano fosse una maga. Curava le ferite con le erbe, guariva la gente con ascessi e malanni, faceva nascere i bambini. Dicevano che inoltre sua madre, di cui ignoro il nome poiché il nonno non ebbe l'occasione di parlarmene, fosse stata messa incinta dal Diavolo in persona, ma lei, diversamente dalla Madonna quando partorì Gesù, non vantava certo una qualche verginità.

La tribù, per inciso, praticava riti pagani che avevano a che fare con le stagioni, gli animali, le piante, i venti, le tempeste. Gli dèi, dicevano, erano ovunque, parlavano con molte voci, vedevano tutto e punivano l'insolenza umana in maniera infallibile.
Conobbero la religione cristiana in Polonia, ma non la presero alla lettera; tuttavia, più per scaramanzia che per fede, molti di loro, capovillaggio compreso, si fecero tatuare sul cuore o incidere su anelli e orecchini una piccola croce latina, a dimostrazione della loro buona volontà.

Quando si stabilirono come braccianti nel podere, Miklos, Margit e Betha si distaccarono per sempre dalla tribù. Ma non da reietti. Ognuno di noi fa la sua scelta, disse il capovillaggio Ferec, un omaccione tutto rosso (capelli compresi) che aveva molti anelli alle dita, segno di rispetto da parte dei clan familiari. I ragazzi vennero lasciati andare, non senza dispiacere.

Così andarono le cose.

Nonno Miklòs diceva sempre che quelli furono anni duri. La gente del paese non aveva mai visto gente del genere, li considerava strani, li evitava. I commercianti non volevano vendere loro il pane, persino i cani randagi non volevano essere accarezzati da loro.

Essi crebbero in un clima ostile, consci di avere qualcosa di diverso dagli altri. Ma mentre Margit e lo stesso Nonno Miklòs se ne vergognavano, Betha, crescendo, cominciò a diventarne sempre più fiera. Diceva di avere qualcosa di prezioso, di inimitabile rispetto agli altri.

In effetti, lei, dicevano, era la figlia del diavolo.

Crebbe straordinariamente bella e, alla stregua di Margit, cominciò a sviluppare un modo di pensare simile a quello degli uomini.
Aveva una bella parlantina e per questo veniva sbeffeggiata dai ragazzi, che non sopportavano una donna così emancipata. A quindici anni cominciò a vestirsi da uomo. Portava i pantaloni, cosa assolutamente scandalosa per una donna all'epoca, le bretelle e una camicia bianca, nonchè un paio di scarpe di Nonno Miklòs, nere e lucide. Lavorava in campagna con i braccianti del paese, potava gli alberi e falciava il grano con un'energia atipica in una donna.

Poi arrivarono tempi orribili. La dittatura e le deportazioni costrinsero Nonno Miklòs e le sue sorelle a cambiare nome, e un bracciante del podere, Nicola, li prese in tutela. Brav'uomo, il bisnonno! Un uomo dall'aspetto gentile, con la barba candida e gli occhi verdissimi, verdi come le colline che circondavano la città. Così, Margit diventò Margherita, Miklòs diventò Michele e Betha, non si è mai capito perchè - forse per un errore all'anagrafe - Filomena.

Quando arrivò alle soglie dei diciotto anni, Margit pensò che Betha doveva sposarsi con qualcuno, e in fretta, prima di sfiorire. Il bisnonno era d'accordo, ma ad impedire ciò in quel momento fu la fama di Betha in città.

Strane cose accadevano, per colpa di Betha.
Pur lavorando come un mulo in campagna e come levatrice, Betha subiva continuamente le critiche della gente.
Continuava a vestirsi da uomo - e continuò per tutta la sua vita; prese la brutta abitudine di fumare la pipa e, la domenica, il sigaro; beveva, ogni tanto, giusto un goccio di cognac. Ma più di tutto, la goccia che fece traboccare il vaso fu la seguente: Betha parlava troppo. Criticava apertamente il podestà, sua moglie, le sue figlie e tutti i rispettati notabili della città. Si diffuse la voce che fosse monarchica - e in realtà lo era, come lo era il nonno, come lo era Margit e come lo era anche il bisnonno Nicola.
Quando passeggiava per la piazza, la gente la sbeffeggiava e la chiamava pazza. Betha guardava con indifferenza chiunque la sbeffeggiasse e riprendeva a camminare.
Ma un giorno - era domenica - nonno Miklòs e Betha sedevano su una panchina vicino ad una fontanella, poco distante dal corso principale; il notaio più famoso della città, tale Damiano DeMita, gettando uno sguardo poco lusinghiero e data una scrollata di spalle, si avvicinò ai due e offrì dei soldi a Betha per andare a casa sua.
Nonno Miklòs si alzò, indignato, e stava già per mettere mano al coltello, quando Betha lo fermò. Prese la banconota dalla mano sudicia del notaio, la guardò incantata come se ci fosse un qualcosa di straordinario stampato sopra, fissò il notaio con gli occhi sgranati e mormorò qualcosa, mentre la sua mano affusolata stringeva convulsamente la banconota.
Nonno Miklòs la fissò, inorridito, ma non proferì verbo.
Poi Betha gettò a terra la banconota e ordinò a nonno Miklòs di seguirla. E fecero ritorno a casa.

Quando ero piccola, chiedevo sempre a Nonno Miklòs che cosa Betha avesse detto al notaio. Mio nonno non mi rispondeva mai. Ma un giorno, quando glielo richiesi, mi sembrò di averglielo chiesto per la prima volta. Mi fissò con un indicibile orrore, poi chiuse gli occhi e tirò un sospiro così forte da scuotergli il petto con violenza. Quando aprì bocca per parlare, disse:

- Betha gli aveva detto qualcosa che nella lingua dei rom è tabù. Nella tribù ci hanno sempre insegnato che augurare la morte a qualcuno è un peccato nei confronti della natura, poichè i cicli naturali sono a noi sconosciuti e non ci possiamo impadronire del diritto di togliere la vita a qualcuno a nostro piacimento. Ma Betha gli augurò la morte, quel giorno. Gli predisse la morte e una serie di orribili accadimenti nella sua famiglia. -

- E al notaio, che accadde, nonno? -

Mio nonno tacque. Si fece il segno della croce mormorando: "Dio mi perdoni" e riprese:
- Quella notte stessa i ladri penetrarono in casa sua. Fecero violenza alle sue figlie, sgozzarono sua moglie e a lui spezzarono il collo. Poi bruciarono la tenuta, la saccheggiarono e portarono via il bestiame per macellarlo. Mesi dopo, alcuni parenti arrivarono in città per reclamare il possesso di altre tenute e masserie appartenute ai defunti. Morirono anche loro, nel giro di qualche giorno, alcuni di febbri malariche, altri di mali incurabili. L'ultimo rimasto impazzì e finì per impiccarsi in campagna. -

Sì, la colpa era assolutamente di Betha. E questo fu solo un esempio. Altre morti, altre disgrazie accaddero, sempre, inspiegabilmente, per colpa sua. Nonno Miklòs sapeva il perchè. Lei era una maga, lo era sul serio, era cresciuta nell'odio e le sue doti da guaritrice erano sparite, erano affogate nell'odio e nel desiderio di morte.

Morì a ventinove anni, di parto, dopo aver incontrato e sposato l'uomo che amava davvero.

mercoledì 11 maggio 2011

Pensieri Nomadi

Nonno Michail diceva sempre:

"Lo so che noi zingari siamo crudeli.

Non conosciamo l'amore sedentario. Per noi l'amore è viaggio, si estende ai confini più gelidi e solitari della terra, e ammesso che essa sia una sfera finiremo per tornare al nostro vecchio amore, a quel pezzo d'anima che aspetta il nostro ritorno.

Per me il viaggio si è concluso. Ho visto infinite terre in cui il mio sguardo si perdeva verso l'orizzonte. A volte sedevo sulle sponde di un lago, vedevo il sole annegare lontano e pensavo: è qui che devo restare. Oppure: mi piacerebbe davvero, vedere ogni giorno questo tramonto, seduto sempre qui, in questo punto, mi piacerebbe vedere sempre una stessa cosa. Ma il vento cambiava, il tramonto mi deprimeva, i giorni di pioggia lo annientavano. E io mi rimettevo in viaggio, ringraziavo per l'ospitalità e sparivo.

Mi sono innamorato di più sguardi, perchè gli occhi umani sono mondi che spesso non si ha il coraggio di affrontare. Ognuno di noi ha qualcosa di bello da raccontare di sè, qualcosa che riguardi quella che chiamano 'anima' ma che io non so definire con un nome solo. E così mi sono innamorato di più anime, ma nonostante ciò ho deciso di non appagarmi.

Io l'ho deciso. Nessun destino ha deciso per me.

Poi il mio cuore ha scelto e si è fermato per non viaggiare più. E questo è, in sostanza, anche amore: il fermare i propri passi e invecchiare con accanto una parte di te che, pur non essendoti mai appartenuta sul serio, è in te e da lì non uscirà mai più."




sabato 9 aprile 2011

Saturday Morning

Bilancio della giornata di oggi:

  • madre che gira per casa giurando di sentire un topo squittire
  • cervello (il mio, quel poco che ne rimane) che riflette su quanto sarebbe utile avere un gatto, ERGO anche su quanto sarebbe utile avere un gatto con nove vite da consumare per dare la caccia ai topi
  • padre che si sveglia alle 6 anche nei giorni festivi, eseguendo i movimenti di un elefante indiano che si addentra in una giungla di bambù [conseguente CRASH BANG BUM SBAM stile "ladri in casa"]
  • colazione povera di contenuti - intelligente ma non si applica: caffè amaro (azz, lo zucchero!), latte dal sapore discutibile, biscotti di frumento
  • telefono semiscarico in dieci min di conversazione - il segnale più forte del mio stress
  • lo stile inconfondibile dei negozi d'abbigliamento made in China - colori agghiaccianti + "tutto sembra figo se indossato dal manichino"
  • sbuffo davanti allo specchio nel mentre della prova vestito + frase fatta: "Mi sa che sono ingrassata. Pff. Devo dimagrire. Guarda che fianchi, sembro un Botero."
  • cattiveria mammica: "Ti ho comprato le fragole. E anche la panna."
  • caldo soffocante, 30° all'ombra. Tizi nudi che portano a spasso il cane, il quale è più vestito di loro. Mare figo. Pensiero di sè in costume da bagno. Brivido. Dietadietadieta.
  • odore di mare e benzina. Mmmmh. Non tutti i mali vengono per nuocere.
  • (non tutti, a parte il nuovo singolo di Giusy Ferreri... Questo sì, nuoce.)
  • Мастер и Маргаритa, tuffo nel passato («Ieri, agli stagni Patriaršie, lei ha incontrato Satana.» ) Amore incondizionato per Michail Afanasevic. Perchè non pensare alla tesi?
  • riassunti di storia contemporanea sulla situazione mediorientale dal dopoguerra agli anni '80-'90. Martedì esame. Tragedia [superabile].
  • waitin' for better times to come. The day's not ended up yet.

giovedì 10 marzo 2011

[Long Hard Road Out Of Hell]


Mi sono rimessa ad ascoltare le Hole.
Credevo di aver rimosso l'attitudine pseudo-adolescenziale che nutrivo nei confronti di "Celebrity Skin" (tutto l'album), che sostanzialmente consisteva nell'immaginare di essere Courtney Love e nell'usare il lettore cd/mp3 come microfono.
Invece no.
Una scarica dal numero imprecisato di watt.
Cristo, ci voleva.
Meglio dimenticarsela questa giornata.

Erano mesi che non mi sentivo così avvilita.

Per uno strano patto formulato con il lato più offensivo, ipercritico e antipatico della mia persona, non offendo mai la gente che non conosco.
A parte un qualche caso isolato in cui mi sono lasciata sfuggire un "idiota lobotomizzata" in più.
Ma fa nulla, conoscendomi direi che sto dando il massimo in questo.
Ebbene, mi rendo sempre più conto che la gente fa fatica a capire qualcosa di sè e finisce irrimediabilmente per sconfinare oltre il territorio della sua persona per invadere il tuo.
Gente che non si conosce ma pretende di conoscerti meglio di quanto tu non ti conosca già.

Presupponendo che l'essere umano, nel suo continuo divenire, cambiare, adattarsi come un batterio alle situazioni ambiental-sociali che gli si presentano, finisce per non avere la soddisfazione di conoscersi per intero, mi chiedo: è possibile che ci siano alcuni umanoidi in grado di autogiudicarsi fino in fondo per poi avere la deliziosa accortezza di sputare sentenze sugli altri?

Una cosa non sussiste senza l'altra, a mio avviso.

Capisco i fisionomi, quelli che dagli atteggiamenti di una persona deducono una serie di caratteristiche più o meno evidenti del soggetto che osservano.
Anch'io mi vanto di essere un po' fisionoma; solo che sono una fisionoma imperfetta.
Pur deducendo, sbaglio, sopravvaluto, rimango delusa, mi scotto facilmente.

E chi può dire di non aver mai sbagliato in vita sua? Chi, con la mano sulla coscienza, può giurare di non aver mai ceduto alle tentazioni, nei momenti di acuta euforia o disperazione?
Io ho ceduto. Per debolezza, suppongo; o, posso concedere, per stupidità.
Ma la mia stupidità riguarda me stessa e, volendo esagerare, le persone che mi sono più vicine.
Non certo chi non mi conosce.

Mi si parla di reputazione. La reputazione è quello che gli altri pensano di me.
Gli altri pensano qualcosa di me per pura deduzione o per sentito dire, ed io onestamente ritengo che ciò non basti per diffamare qualcuno.
Chi non sa quanto male mi sono fatta e quante critiche crudeli e infondate ho dovuto subire negli anni non ha diritto di parola.
Io sono imperfetta, tremendamente fiera di esserlo ed oltretutto reduce da quello che gli errori insegnano.

La strada per la completa felicità è ancora lunga.
Sono ancora nella fase 1 ("gli errori del passato non rimangono nel passato, ma ti perseguitano nel presente") e fatico ad arrivare alla fase 2 ("ho sbagliato, ma la vita va avanti").

"I wanna live, I wanna love/But it's a long hard road out of Hell..."

(E comunque,
Courtney Love è una bambola gonfiabile mezza sgonfia. Il tipo che piacerebbe a Berlusconi.)

Love hangs herself
With the bedsheets in her cell
Threw myself on fires for you
10 good reasons to stay alive
10 good reasons that I can't find

Oh, give me a reason to be beautiful
So sick in his body, so sick in his soul
Oh, give me one reason to be beautiful
Oh, and everything I am

(Hole, Reasons to be Beautiful)

giovedì 18 novembre 2010

Il Vino degli Amanti


Oggi un piccolo refuso dei miei pensieri è tornato a galla.
Un non so che mi ha stretto la gola con un cappio, in ricordo dei mesi passati.
Ho avuto per un attimo la sensazione che tutto fosse ricominciato, tutto come prima...tutto, inesorabilmente, come prima.
In quel refuso non c'era nulla di importante o di particolarmente prezioso, solo un dettaglio, uno stupido, insignificante, piccolo dettaglio, di quelli che nelle foto di insieme non si nota. Lo nota solo chi l'ha già vissuto, chi ha l'occhio allenato.

Se c'è una cosa che ho imparato ad amare tardi, quella è la poesia. La mia insegnante di italiano delle elementari mi prendeva in giro per la mia scarsa attitudine all'interpretazione delle poesie.
"Che vuol dire secondo te?" mi chiedeva. E io non sapevo mai che pesci pigliare. Eppure le parole non erano difficili, ero capace di inanellarle, di incastrarle una nell'altra mentre leggevo ad alta voce...eppure...non capivo perché fossero sistemate in quella forma, con quel ritmo, con quelle rime.
Ebbi un trauma fortissimo che si estinse molti anni dopo, grazie ad un signore di nome Pablo Neruda, l'uomo più innamorato del mondo.

Ma non mi dilungo.

Sulla mia banale borsa dei Beatles scrissi una poesia di una poetessa musulmana, A'isha Arna'ut. Brevissima, scritta in fretta con un UniPosca viola. In quel momento rendeva l'idea. Anzi, le idee. Le mie che non avevano più nome e giravano alla deriva in cerca di senso. Io, disintossicata da poco. Da droghe, lusinghe e promesse estinte.

La luce non ha forma
L'onda non ha confini
L' Io non ha facciate
La passione non ha orizzonti.

Sii luce
Onda
Passione.

Sii te stesso.

Nemmeno io ci avevo fatto caso, scrivendola. Arrivava dritta, come una freccia, lì, al cuore.
"Bella, quella poesia" mi disse "Mi piace molto. E' breve e diretta"
Io sorrisi. Non ci avevo davvero fatto caso, non fu un sorriso di circostanza.
E dato che la apprezzava così tanto, gliela scrissi su un foglio. Ci disegnai sopra uno dei miei schizzi contorti. Lui apprezzò. Non avevo un doppio fine, volevo solo portarlo a conoscenza di quello che ero in quel particolare momento, o meglio, di quello che volevo essere e che non ero ancora arrivata ad essere.

Quando decidemmo di stare insieme, tutto fu così facile...ripresi a scrivere con la passione di un tempo, ricominciai a leggere Neruda e riallacciai i miei complessi rapporti con Baudelaire e Verlaine.

Ma mi illusi che fosse facile, che mi bastasse solo aver ritrovato quello slancio surreale e stregato nello scrivere, nel trovare le parole giuste, i suoni, le immagini per dirmi veramente alla fine del mio cammino. Non era così. E me ne sono resa conto ripescando questo insignificante dettaglio dal pozzo abbandonato della mia mente.

Durante una lezione di russo particolarmente noiosa, un nebbioso sabato mattina, strappai dal mio taccuino a quadretti un foglio, presi dalla borsa I fiori del male e scrissi su quel foglio una poesia.
Il titolo mi attirava. Descriveva alla perfezione quella ebbrezza molesta dei primi tempi di una relazione, quella stessa che stavo vivendo. Si chiamava Il vino degli amanti.

Oggi lo spazio è splendido! Senza morsi né speroni o briglie,
via, sul vino, a cavallo verso un cielo divino e incantato!

Come due angeli che torturano un rovello implacabile oh,
nel cristallo azzurro del mattino, seguire il lontano meriggio!

Mollemente cullati sull'ala del turbine cerebrale,
in un delirio parallelo, sorella, nuotando affiancati,
fuggire senza riposi né tregue verso il paradiso dei miei sogni.

Senza riposi, nè tregue...
Sembrano passati secoli da quella volta in cui gli misi il foglio tra le mani e lui mi sorrise. Mi sembrò tutto più vivo, più vero e meno labile.
Ma durò poco...

venerdì 9 luglio 2010

Prigione


È tutto quello che mi rimane di te

Questo cielo bugiardo che ride di me

Del mio sguardo fuori posto, del silenzio

Che ha abbracciato le mie spalle

È tutto


Quella strada che abbiamo percorso senza guardarci

Con l’anima in tasca, al riparo dai rimorsi

Mentre le gambe imparavano i passi necessari

A non inciampare

Con il sole e quei palazzi e quei fiori rossi e quel mare tremante

E noi


Sto inciampando, nonostante sappia dove andare

E se la strada fosse nei tuoi occhi?

Se io dovessi esplorarne il fondo per capire che segnale seguire?

A che è servito conoscere

La musica dissonante e attonita della tua voce

Il battito lieve che dal tuo petto

Si insinuava nella mia pelle

Ad ogni abbraccio?


Le mie confessioni si sono mischiate allo iodio delle onde

E le lacrime inespresse, alla rugiada di quei fiori rossi

La mia mente è un pilastro battuto dal vento

Giace su un muro non lontano da te

E osserva andare e venire

Le lune e le maree

E Dio solo sa cos’altro se non le stelle

E le profezie e la fine del mondo e la gente…


Non esisterà un luogo abbastanza ampio per le nostre anime

L’ho imparato prima di conoscere il tuo nome

L’ho letto nello spettro chiaro dei tuoi occhi

Nessuna parola poteva fare altrettanto

E non ho il diritto di uccidere l’amore

Tanto meno quello che esala dalle tue labbra

Ma dalle tue mani non ho trovato pace

Dio solo sa perché ne ho trovata standoti lontana

Ma non è tempo di spiegare…


Ho sfoderato il coltello ed è diventato il mio amante

E nella notte che verrà il suo bagliore

Gareggerà con quello delle stelle


È davvero tutto quello che mi rimane di te

E delle tue parole di seta

Te l’ho detto, sono prigioniera nel marmo


Alzo la testa e vedo nell’antro buio del cielo

La mia natura di abbozzo anatomico

Le gambe già formate muovono verso l’esterno

Avide d’aria, di molecole di sole, di umanità

E poi miseramente si piegano

Vinte dalle catene marmoree del silenzio

Del tuo e di quello della mia voce di pietra

Il boato di chi è prigioniero di un’idea

Che muore tra quattro pareti, sotto mille occhi…


È davvero tutto quello che mi resta di te

Tutto è andato, tutto mi è scivolato addosso

Tutto ha lavato la mia pelle come la pioggia

Ma non ha lasciato tracce esterne

Solo nel mio cuore si contano le ferite


Il sentimento è stato una lotta intestina

Tra ragione e follia

Ed era scritto che vincesse la ragione, nessun dubbio

Che fosse il suo turno

E adesso solo questo mi resta di te:

Il segno delle catene.


venerdì 2 luglio 2010

Galleria - Omaggio a Daniil Charms


Le pietre bianche del selciato

Prendono fuoco con il tramonto.

Una vecchia vestita d’azzurro

Siede su una sedia tarlata e mangia una mela

Ha un occhio nero e l’altro verde

E le mani piccole e i capelli bianchi

È nodosa come un tronco d’ulivo

E guarda i gatti sdraiati a prendere il sole

Forse con qualche rimpianto.

Si riavvia i capelli con una mano

E mastica piano, aspettando la sera.


Più in là, un signore grasso legge il giornale

Seduto al tavolino di un bar del corso

Ma più che leggerlo, ne legge i titoli

Ha pochi capelli e la pelata lucida come una biglia

Ha i pantaloni grigi e sbiaditi

E gli occhiali sulla punta del naso

Il suo volto è giallo di itterizia

E le sue scarpe lucide brillano al sole.

Il signore chiude il giornale, lo arrotola

E lamenta che il suo amaro è troppo freddo.


Vicino alla chiesa, una signora vestita di nero

Parla con la sua vicina di casa

Ha il muso allungato e sembra un cane da caccia

Ha i capelli rossi raccolti in una treccia

Fatica a stare sui tacchi e si aggiusta la gonna.

La sua vicina di casa è sorda

L’apparecchio non si nota sotto i suoi capelli grigiastri

E stringe gli occhi quando parla

È piccola e ha un occhio guercio

Ma nel paese conosce tutti, dicono sia una maga.


E poi ci sono io

Ma nella galleria io sono un quadro senza senso

Uno squarcio nella tela

Che fende lo spazio per ritrovarne un altro

Ancora più immenso

Sono un errore di battitura che rende tutto inestimabile

Oppure semplicemente sbagliato.


Dipende da come si guarda la faccenda.


Io non faccio, non parlo, non scrivo

Ma sono

Non vi sembra assurdo?

Я такой, каким я есть. А вы? - Io sono quello che sono. E voi?


Sono pazza e lunatica, tremendamente, ma per gli amici mi impongo una sanità mentale che non posseggo solo per avere la capacità di dare consigli. E difatti sono bravissima a dare consigli che non sono capace di mettere in pratica per me stessa, è uno dei miei innumerevoli talenti. Quando non so trovare un consiglio adatto da dare a qualcuno preferisco tacere o, meglio ancora, rifletterci su. La cosa che mi stupisce di volta in volta è l’improvviso aprirsi di persone con cui avrò scambiato sì e no due o tre parole in vita mia, ma non pongo ostacoli ai flussi di coscienza delle persone, perché sono questi piccoli avvenimenti singoli a rendere manifesta la vera natura di chi mi trovo davanti.
Sono una fisionomista, ergo, non mi scordo mai di un viso se lo associo ad un ricordo e spesso, mea culpa, giudico il libro dalla copertina. Mi colpisce della gente che incontro ogni minimo, insignificante dettaglio: il sorriso più o meno aperto, gli occhi sfuggenti, un difetto di pronuncia, la lunghezza delle unghie, le parole che dice più spesso, il tono della voce. Ma non ho pregiudizi, questo il solo modo che ho per difendermi dalla natura subdola dell’essere umano, fa tutto parte del mio essere un tantino diffidente e, allo stesso tempo, del mio desiderio di capire quali sono i meccanismi che regolano tutti i rapporti interpersonali.
Sono nostalgica, e la mia (patologica) nostalgia nei confronti di tutto quello che si salva del mio passato prossimo e remoto si esplica nell’accumulo disordinato di tracce: scontrini, foglie morte, fiori secchi, conchiglie, cartoline, volantini, monete straniere, pacchetti di sigarette (vuoti, ovviamente), perline di bracciali rotti che mi propongo sempre di aggiustare per poi dimenticarmene dopo due minuti e altro. Le foto, quelle non sempre le salvo; non essendo fotogenica se non sotto sostanze stupefacenti o sotto alcolici, trovo fastidioso trovarmi davanti foto di vecchi amori ed esperienze passate discutibili. Le foto, alla fine, passano; i ricordi, quelli non passano mai, meglio farsene una ragione.
Sono innamorata della notte, potrei guardare un cielo stellato per ore senza stancarmene mai. So che sembra banale, ma non lo è; le mie poesie migliori le ho scritte di notte e le ho dedicate alla notte, e questo mi ha permesso di elaborare uno stile al limite del macabro, dell’esoterico, del mistico, spesso poco comprensibile e ancora più spesso fraintendibile. Scrivo poesie da anni ma ho perso la voglia di pubblicarle, mi piace che la gente a cui tengo le legga e le apprezzi e a me per ora va benissimo così.
Sono disordinata, caotica in ogni cosa che faccio, ma ho la passione necessaria per affrontare la vita, anche se mi mancano fermezza e cervello e lascio che spesso sia il cuore a muovere per primo. Il mio disordine mentale si riflette su quello che ho attorno; la mia camera, ad esempio, è un’emanazione diretta del mio Io, dotata di un ordine sovrumano e di un disordine ai limiti del ferino, stracolma di libri di poesia e di letteratura, con le pareti ricoperte di poster di Dalì, Klimt e Magritte, caratterizzata da un perenne odore di incenso, unica fonte di meditazione che di questi tempi riesca a trovare.
Sono una che arrossisce come una tredicenne quando parla in pubblico, e nonostante le mie innumerevoli riflessioni sull’argomento ancora non se ne vede la fine. Credo che sia tutto un blocco mentale, è come se mi aspettassi di dover parlare con persone che mi considerano inferiore a loro a prescindere. E spesso mi accorgo di quanto questo sia falso; a volte è semplicemente vero il contrario, e nel momento in cui me ne accorgo il rossore sparisce.
Sono sensibile e maledettamente empatica, quando mi affeziono a qualcuno non riesco a limitare la rabbia se quel qualcuno fa qualcosa che io considero una stronzata e mi intristisco quando vedo piangere qualcuno, salvo poi mettermi a piangere anch’io se quel qualcuno mi è particolarmente caro. L'attaccamento ad una persona mi spinge ad essere stronza e crudelmente sincera quando mi viene richiesto un parere; quando sono troppo mite ed esitante con una persona non le voglio abbastanza bene, ecco tutto. È il mio peggior difetto, anche se mi dicono che questo è un pregio, quello di prendere a cuore situazioni in cui io sono solo una consulente esterna; ma, come ho già detto, tutto ciò succede a chi ragiona quasi sempre col muscolo cardiaco.
Sono curiosa, ma non invadente; faccio domande per il gusto di farle, non ho l’anima da pettegola e non mi interessa conoscere le evoluzioni della vita di una persona, ma mi rincuora sapere che ho amici che non mi nascondono le loro preoccupazioni perché mi considerano affidabile. La mia curiosità mi induce a non fermarmi alla superficie delle cose. Per questo amo leggere, per questo non ho un genere musicale preferito, per questo non mi sono mai negata nessuna strana esperienza e nessuna conoscenza con persone totalmente diverse da me per gusti e per carattere.
Mi incuriosiscono le cose nascoste, quelle troppo evidenti finiscono per darmi sui nervi dopo poco tempo; questo è il motivo per cui cito Woody Allen e Michail Bulgakov più di Oscar Wilde.
Sono attaccata alla famiglia, forse perché la mia è enorme, chiassosa e affettuosa contemporaneamente, ma sono un caso patologico che smonta le teorie di Freud perché non ho un buon rapporto con mio padre. Forse per la troppa somiglianza, forse per il suo totale egoismo e per la mia buona dose di intolleranza nei suoi confronti, sta di fatto che provo fastidio per i ¾ dei suoi comportamenti anomali.
Sono una che ama ridere, ma non per questo sono stupida o vuota. In molte situazioni non amo essere melodrammatica o eccessivamente seria e preferisco dire qualcosa di stupido o di buffo e odio chi non è capace di vedere almeno una volta il lato ridicolo delle situazioni. Anche nelle situazioni più tese cerco un motivo per sorridere, se non per ridere, e questo è solo un modo per affrontare le cose con lucidità senza dare troppo peso a cose che non ne hanno alcuno.
C’è chi dice che non sono normale, e quello è vero. Ma mi piace molto di più dire che nella mia anormalità mi piaccio, sono quello che sono e non mi importa di quello che pensano gli altri.
Tempo fa scrissi una poesia ispirandomi ad uno scrittore russo a me molto caro e che finora non mi ha mai delusa, Daniil Charms. La chiusa di questa poesia è quanto di più eloquente io abbia mai potuto scrivere di me stessa e recitava così:

E poi ci sono io
Ma nella galleria io sono un quadro senza senso
Uno squarcio nella tela
Che fende lo spazio per ritrovarne un altro
Ancora più immenso
Sono un errore di battitura che rende tutto inestimabile
Oppure semplicemente sbagliato.

Dipende da come si guarda la faccenda.

Io non faccio, non parlo, non scrivo
Ma sono
Non vi sembra assurdo?



lunedì 1 febbraio 2010

OBECNI DUM – IL MUNICIPIO NUOVO Storia di un pianista



Il pianista guarda in basso

Osserva le sue dita plasmare le note

Tasti bianchi e tasti neri

In successioni che sembrano

Acrobazie

Di tendini e muscoli

Suona un Chiaro di Luna

Mentre sorge la luna

Sulle vie della città di nero velluto

Tra boccioli di luce e nuvole arancio

Intorno a lui crepita la folla

Voci che ripercorrono giorni, gioie, dispiaceri

E lui tutto accarezza con mani silenziose

Nei dolci sussurri

Del pianoforte

Noncurante delle mance

Dei camerieri, del fumo dei sigari,

Dei liquori, degli opali

Lui mesce un vino segreto

Il vino degli amori nascosti

I tradimenti e le colpe da espiare

Rinchiusi nelle celle segrete

Della musica

Accarezzano le labbra di chi beve

Di chi ascolta e di chi si abbandona alle parole

Si srotolano sui cristalli delle lampade

E affrescano le volte ceree del Cafè

Le note si fondono in sfumature dorate

Nella mia mente inebriata di storie

Mentre vivo, immersa l’anima nei tuoi occhi

E lui, che delle nostre anime tutto conosce

Chiude i suoi pensieri in un sorriso

Appena accennato

Sulle guance pallide

E prende i suoi applausi

Con un cenno del capo

Prima di distogliere ancora lo sguardo.



martedì 4 agosto 2009

Il corso #1


L'aria era opprimente, immobile, estatica. Sicuramente qualcosa fremeva in attesa di un segno, di un avvenimento, di qualcosa che scuotesse quella giornata d'Agosto, la prima domenica del mese.
Il Corso, nei pressi del Caffè degli Artisti, brulicava come un formicaio prima di una tempesta, ma con uno strano ritmo discendente. Un vecchietto tra i tanti che affollavano le panche dei giardini di Piazza Cavour si appoggiò a bastone e resto lì in piedi a guardare il mondo che gli camminava attorno con i suoi occhietti cisposi animati da una luce innaturale.

La coppola di fustagno a quadri che aveva in testa era troppo pesante per un tempo del genere, e anche la camicia era d'impiccio, ma il vecchio signore era troppo affezionato alla sua coppola e, in quanto alla camicia, sua moglie, donna dinamica e volitiva, non gliel'avrebbe fatta passare liscia se si fosse permesso di uscire di casa in disordine.

L'ultima volta che si era permesso di sedersi sui gradini della chiesa in canottiera, lei lo aveva costretto a farle la spesa, e il poveretto era tornato a casa con chili e chili di rape e due meloncini dalla polpa gialla di un chilo l'uno.

Solo al pensarlo, il pover'uomo scosse la testa e si aggiustò le maniche della camicia, quasi temendo che la moglie gli spuntasse alle spalle di soppiatto.

Soffriva di artrosi, il buon uomo, e le sue mani erano callose come radici di zenzero e nere come la terra. Anni e anni passati in campagna a scuotere i rami degli ulivi per far cadere le olive più belle nelle reti all'ombra degli alberi lo avevano reso possente, ma l'età lo aveva fatto curvare e lo aveva indebolito, e molto spesso si sentiva troppo stanco anche per starsene lì a guardare il mondo andare avanti mentre lui restava lì dov'era.


Più in là, una signora dall'età indefinibile, forse vicina alla quarantina, si recava a messa. Aveva il rosario tra le mani, un bel rosario di grani rosa, e una immaginetta della Madonna del Carmine nella borsa. Fin da quando era bambina pensava che Dio dovesse esistere per forza. Il perchè non se l'era mai spiegato, nè l'aveva mai cercato in nessun modo. Dio esiste e basta, si diceva, inutile chiedersi dove sia e a cosa pensi, e come sia e cos'abbia fatto.

Aveva lunghi capelli neri, un po' ondulati, molto lucidi, e gli occhi dello stesso colore, molto piccoli e ravvicinati. Le donne del paese la chiamavano "la biscia" proprio per questo, e anche per la sua indole cattiva e indolente. Era, come si diceva da quelle parti, "vacantina", che sarebbe come dire nubile. Non si era mai sposata nè aveva mai avuto figli, ma se c'era una cosa che le riusciva bene, quella cosa era mandare in confusione gli uomini sposati o in procinto di farlo.

Non era bella, ma sapeva quello che voleva, e questo era un vantaggio.

Ma, lo sappiamo tutti, questo modo di fare porta ad essere infelici e soli.

Chissà se questo fu il suo destino.

martedì 30 giugno 2009

Canicola


Canicola.
I capelli appiccicati dietro la schiena e il respiro corto. Camminavo da quasi mezz’ora per il corso, confortato dall’ombra vagante degli alberi, spinta dalla folla chiassosa ora a destra, ora a sinistra, come una foglia secca spinta ad un cammino tortuoso dal corso di un fiume in piena.
La luce era quasi accecante. Mai più avrei visto in vita mia un giorno così caldo, ed era solo Luglio. E mi si profilò in testa la domanda più banale del mondo (“Come sarà ad Agosto, se già a Luglio si muore?”), ma la scacciai con insolenza dalla mia testa e continuai a camminare. Dovevo raggiungere quel dannato autobus, dovevo tornare a casa, farmi una doccia, bere acqua ghiacciata, a costo di bucarmi lo stomaco.
Passai davanti ad un banchetto di gelati. Il proprietario, un ometto vecchio e cisposo, tondo come una biglia e con un sorriso sdentato, vendeva granite semi-sciolte, perché il frigo non reggeva un caldo così forte, il motore era troppo vecchio, diceva, ma si stringeva nelle spalle e ammiccava alla folla con noncuranza. La gente scappava dal caldo, lamentandosi delle spalle spellate e della pelle scottata, blaterando di cose senza senso. Anzi, pensai, di cose totalmente inutili.
Ma questo è normale, e non si può dire che io stessi pensando a qualcosa di più intellettuale.

“Mi scusi…”
Sentii una mano sfiorarmi una spalla. Mi voltai esitante e vidi dietro di me un vecchio, distintissimo signore. Lo osservai per un po’ prima di rispondere. Aveva i capelli completamente bianchi e il viso coperto di rughe, sottili come ragnatele, la pelle olivastra e curata, ma gli occhi…gli occhi brillavano come se crepitassero di scintille infuocate, come se si fossero trovati nel corpo sbagliato e fossero appartenuti ad un giovane ventenne appassionato e vitale.
Fu sicuramente il caldo a farmi esitare, non ero molto reattiva né tantomeno così disposta a relazionarmi con chicchessia, ero sudata e a disagio.
“Si?” risposi dopo un po’.
“Ecco…” cominciò lui. Aveva una voce profonda e nasale. “Mi chiedevo se potesse dirmi, signorina, dove si trova il Lungomare di questa città.”
Sgranai un po’ gli occhi e guardai oltre le sue spalle.
“Beh…il Lungomare è dietro di lei, signore.” E gliel’indicai con la mano, e con quel gesto abbracciai i giardini, il Margherita, il molo, le barche dei pescatori, il faro e infine il mare setoso e trasparente che quel giorno giaceva pigro e immobile nel suo letto sabbioso, indolente e scottato dal sole.
“Si, ma io cercavo una cosa in particolare. Io cercavo la statua di Mazzini.” Continuò il signore, passandosi una mano sul colletto della camicia.
Feci un mezzo sorriso e cercai di fare mente locale.
“Capisco. Beh, non può averla vista, è nascosta tra gli oleandri.” E gli spiegai sommariamente la strada, rassicurandolo che non era molto lontana. Il vecchio mi sorrise e si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto bianco.
“Scusi se glielo chiedo” cominciai, abbastanza perplessa “Ma non ha caldo vestito così?”
Era, effettivamente, vestito molto fuori stagione. Portava una camicia blu scuro e una giacca che sicuramente era di velluto, sempre blu, e un paio di pantaloni beige (nonché un cappello simile ad un basco che gli copriva la fronte).
“Signorina, lei non sa che il caldo e il freddo sono mere sensazioni, è giovane e glielo concedo. Ma i dati empirici sono tutt’altra cosa. In questo momento penso alla neve e non sento caldo, e so che il caldo è solo una sensazione, una proiezione olografica che aiuta i negozi a vendere più costumi da bagno.”
Mi sorrise e io risposi con un’occhiata perplessa. Non so cosa mi passasse per la testa. Ma tutt’ora ritengo che nella mia testa ci fosse una disputa tra Tories e Whigs: l’emisfero destro mi diceva che quel vecchietto era fondamentalmente un po’ tocco e quello sinistro asseriva che invece qualcosa di logico in lui c’era, in fondo.
Decisi che era meglio andarmene. Per il bene del mio cervello.
“Spero di esserle stata utile. Buongiorno.” Mi voltai e ripresi a camminare, e già assaporavo il ritorno alle esperienze normali, alla vita normale, alla gente normale….

“Era notte, era Novembre. Pioveva a dirotto, non ricordo che anno fosse, ma a me sembra ieri, lo sa…?” cominciò lui.
Intorno a me tutto si pietrificò. Come se all’improvviso la sua voce mi avesse richiamato ad un abisso sinistro ma allo stesso tempo familiare, conosciuto, accogliente, a non so che era, tutto taceva, anche il sole aveva smesso di abbagliarmi. Mi toccai le braccia per assicurarmi di essere sveglia e rabbrividii quando sentii che non dormivo e che la mia pelle era ancora calda.
Lo guardai e mi sembrò che lui fosse grato della mia attenzione. Non parlai.
“E Lei era così bella da far desiderare alla luna di non essere mai nata. Eravamo nella sala da ballo di un hotel, e io ero solo un cameriere. Ricordo la luce delle lampade e l’odore di cera sciolta, e c’era un silenzio profondo, un silenzio assordante, e Lei era seduta su un divanetto rosso e leggeva Neruda. Aveva un vestito nero, di pizzo, e la sua pelle affogava nel nero delle trine, un crocifisso d’argento le cingeva il collo e aveva degli orecchini di perla, bianchi, splendidi. Sentivo la pioggia spaccare i vetri delle finestre e piegare i rami degli alberi, era crudele e crudamente malinconica, e non capivo se essa fosse fuori o dentro di me, capisce? Ero un ragazzo, un giovanotto assetato di vita, mai nella mia vita sentii dentro di me soffiare un vento tale da far appassire ogni pensiero e spazzare via mille futili cose…e dopo quella notte non lo sentii mai più. La mia anima era già sulle sue labbra di seta, avrei fatto qualsiasi cosa per toccarla e per sapere se fosse vera o se fosse un riflesso di chissà quale fantasma,o angelo che fosse. Tutto fu perduto, quella notte. Se solo avessi…ma lasciamo stare…a lei non interessano queste cose, lei penserà che sono pazzo…” e abbassò lo sguardo. I suoi occhi erano diventati colate di lava e lapilli incandescenti, si muovevano come se dovessero afferrare una farfalla. La sua voce era spezzata, spietatamente sincera, spietatamente addolorata. Fece due passi indietro e si toccò il cappello come per salutarmi.
“Perché me l’ha detto?” chiesi. E non mi resi conto di stare piangendo, presa com’ero dal filo rosso della mia domanda. Il vecchio sorrise e si toccò di nuovo il cappello.
“Empatia, mia cara.” rispose con un sorriso stanco “Non c’è legge di natura o legge umana a riguardo. È un fenomeno assai curioso, assai curioso davvero. Una reazione chimica strana e, strano a dirsi, gli alambicchi di questa strana pozione sono gli occhi di chi guarda. E i suoi piangono. Se permette, vorrei chiederle perché piange.”
Sgranai gli occhi e mi asciugai le lacrime con quella domanda in testa.
“Non…non lo so. Mi crede se le dico che non lo so?” dissi, sorridendo e piangendo ancora.
“Certo che le credo, mia cara. E la risposta è: empatia. Significa che lei per un attimo beveva le mie parole e vedeva quel che i miei stanchi occhi vedevano come se fosse venuta fuori dal suo passato. Mi creda, non c’è risposta. E lei piange perché sa che non mi resta nulla, che il mio passato è il mio presente, e che il mio futuro sarà ancora il mio passato, fino alla tomba.”
Detto questo, mi salutò e si incamminò nel senso opposto al mio. Scomparve dopo poco, inghiottito dalla folla. E io non ebbi il coraggio di richiamarlo indietro. La vita riprese a scorrere, e non volendo pensare mi rituffai in essa e ripresi a fare la foglia inghiottita dalla furia del fiume della vita. Ma i pensieri, lo capii subito, scorrevano più veloci della vita. E mi sorpresi di capire che la gente intorno pensava di me che fossi diventata pazza. Io, pazza?
Pazzo è chi non ascolta, pazzo è chi non vive. Sorrisi e andai via. Avevo vissuto abbastanza.